California here we come

Tana nananà, tana nananà, tananananà nanà, California here we come… Per quei pochissimi di voi che non l’avessero capito, si tratta ovviamente della sigla di OC. È questa la colonna sonora che ha fatto da sottofondo al nostro viaggio verso la West Coast.

Giorno 1

La prima destinazione è San Francisco; la via percorsa è la Route 66: la madre di tutte le strade. Lungo il percorso ci imbattiamo in bizzarre insegne al neon, storici cinema drive-in, diner improbabili e molti altri luoghi caratteristici che hanno reso la nostra traversata un vero e proprio viaggio nel tempo.

COPE ROUTE
Arriviamo a San Francisco e fa un freddo husky. Perché, fidatevi, il “freddo cane” non rende l’idea. La nebbia è dieci volte quella di Milano e abbiamo la stessa visibilità di Ray Charles di notte. Ad attenderci nella villa ci sono altre due compagne d’avventura: Sabri e Giuli, da Alessandria e da Firenze con furore. L’appartamento è molto kitsch, a tratti inquietante. Ci sono maschere sui muri, grandi casse in legno sparse per la casa e soprammobili tetri; per non parlare di quella che sembra una telecamera sul soffitto di una delle stanze da letto. C’è anche uno stanzino chiuso a chiave, scrostato, con una scritta che vieta l’ingresso. E qui la nostra fervida fantasia ha iniziato a vagare: chi o cosa ci sarà là dentro? Forse i corpi fatti a pezzi dei precedenti inquilini? Gli ex mariti della proprietaria? O semplicemente la rosa della Bella e la Bestia? Ad oggi, ancora non lo sappiamo.

ssaaDopo aver esplorato la casa, usciamo per esplorare la città. San Francisco è soprannominata fog city, e non c’è il bisogno di chiedersi il perché. Ma superata questa coltre di nebbia, si apre davanti a noi una città incredibile, che ti rapisce con tutta la sua stravaganza. A partire dalla sua architettura, in cui si mescolano vittoriano e moderno in un affascinante ed eclettico mix. Nei meandri più remoti della città si trovano negozi sadomaso, boutique con strani costumi e vestiti usati – anzi usatissimi –, gambe enormi che escono dalle finestre, insegne mai viste prima… persino le persone sono strane.

ssaVaghiamo per le strade a piedi e a bordo del cable car, uno dei simboli i San Francisco. Su questo particolare tram, il conducente decide chi debba sedersi (“ladies and children first”, più gli anziani) e chi possa invece rimanere appeso fuori. Raggiungiamo anche la celebre Lombard Street: una delle vie più caratteristiche della città, nonché una delle più tortuose del mondo. Ed è qui che è nato il nostro nome: The Bumtrotters. Mentre tutti percorrono la strada in salita con tanto entusiasmo e un po’ di fiatone, noi tre siamo rimaniamo sedute sul marciapiede. Stanche. Pigre. Delle “cule”, appunto. Da qui il termine “bumtrotters”, ovvero “culi(e) giramondo”.

lomb
Ci dirigiamo poi verso la zona dei moli. Questi “pier” sono delle vere e proprie trappole per turisti, con negozi di souvenir accattivanti e ristoranti sull’acqua dove il granchio è la specialità che domina i menu. Al Pier 39 si possono ammirare decine di leoni marini obesi e spiaggiati sul pontile. Il massimo del movimento che fanno è grattarsi il sedere con una pinna: sono l’emblema della pigrezza, sono meravigliosi.

al.jpgRaggiungiamo poi il Pier 33, dove prendiamo il traghetto per Alcatraz: il carcere di massima sicurezza costruito in mezzo alle acque dell’oceano. Questa fortezza fu resa celebre da molti film e da molti suoi “ospiti”, tra cui il famigerato Al Capone. La visita comprende un audio tour alla scoperta delle squallide celle e delle rigide regole della prigione. Un vero e proprio salto nel passato, narrato da ex-sorveglianti ed ex-detenuti spiegano come ha fatto questo carcere a guadagnarsi la reputazione di prigione fredda e spietata. Roba che Orange is the new black in confronto è un parco divertimenti.

Il buio scende sulla città e decidiamo di tornare all’appartamento. La serata inizia tranquilla con una cena e si conclude movimentata con scherzi e giochi. Ci appiccichiamo dei bigliettini in fronte e ognuna di noi deve indovinare il nome del personaggio che le è stato assegnato. Saw l’Enigmista, Maurizio Costanzo e Lino Banfi sono solo alcuni dei prescelti. Giochiamo a Nomi, Cose e Città. Mangiamo chili di gelato Ben & Jerry’s con dentro cannella e biscotti, per tenerci in forma. Infine andiamo a letto ma non prima di aver nascosto ovunque le maschere della casa, dalle valige e alle lenzuola.


Giorno 2

Ci svegliamo presto e siamo felici di constatare che ci siamo ancora tutte e otto: nessuna è stata fatta a pezzi e gettata nello stanzino segreto. La prima tappa della giornata è il Golden Gate Park, che con i suoi giardini, laghetti e radure rappresenta il polmone verde di San Francisco. Al suo interno si può anche visitare il meraviglioso Japanese Tea Garden. La sua principale caratteristica? No, non è il sushi, brutti ciccioni. Sono le pagode in miniatura, le lanterne in pietra, gli stagni koi e, se si sceglie il periodo giusto, i ciliegi in fiore. Il nostro ovviamente è il periodo sbagliato.

Non si può andare a San Francisco senza vedere il Golden Gate Bridge. Grazie all’effetto creato dalla nebbia, il ponte simbolo della città sembra sospeso nell’aria. Leggiamo la guida e – per la serie “informazioni felici” – scopriamo che questo ponte detiene un record particolare: è il posto in cui vengono commessi più suicidi al mondo. Il primo suicidio avvenne addirittura tre mesi dopo l’apertura. Oggi, in media, c’è un tentativo di suicidio ogni due settimane.

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Ma cambiamo tono. Il momento più bello della giornata è stato indubbiamente quando abbiamo dimenticato Giuli in un negozio di souvenir. Abbiamo fatto i nostri acquisti, tra magliette, calamite e cartoline e poi siamo uscite incuranti. A un certo punto il telefono di Sabri inizia a squillare e lei, con tutto il francesismo che ha in corpo, esclama: “Ma chi cazzo è che telefona a quest’ora? Che poi lo sanno che sono in America!” Ebbene, era Giuli.


Giorno 3

Ci lasciamo alle spalle San Francisco e partiamo alla volta del Big Sur. Percorrere lunghe tratte in macchina non è mai stato così bello: non a caso il Big Sur è una delle strade panoramiche più conosciute al mondo. Alla nostra destra ci sono delle scogliere a strapiombo e sotto di esse l’immensità dell’oceano. Lungo il tragitto ci fermiamo più volte per scattare qualche foto e per fare il bagno. Una delle spiagge prescelte è Pfeiffer Beach. Purtroppo non ha nulla a che vedere con Michelle Pfeiffer, che speravamo di trovare stesa al sole ricoperta di olio abbronzante. Si tratta in realtà di una spiaggia dai mille colori, a partire dalla sabbia, che è viola.

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Ci togliamo subito i vestiti e corriamo a tuffarci nel Pacifico… ma percorriamo solo due centimetri e mezzo. L’acqua non è gelida, di più. È talmente fredda che i nostri piedi appena immersi iniziano a fare male, come se ci stessero infilzando mille spilli. Usciamo dall’acqua sconfitte. Una di noi, però, è riuscita a immergersi e a farsi una bella nuotata, contro tutte le leggi della fisica. Ovviamente è sempre lei, Silvi, che si è fatta un bagno al tramonto tra i mille colori di questa spiaggia arcobaleno.

marsIl sole è ormai andato a dormire, così proseguiamo il tragitto e raggiungiamo il motel. Qui trascorriamo una delle più belle serate del nostro coast to coast: mangiamo carne e patatine fritte, giochiamo a ping pong contro dei turisti tedeschi e ci piazziamo di fronte al falò a cuocere i marshmallow, come delle vere american girls. Più che cuocerli li abbiamo bruciati quasi tutti, ma dettagli. Ci scaldiamo davanti al fuoco e giochiamo a fare i versi degli animali. I suoni che escono dalle nostre bocche non esistono in natura, soprattutto la giraffa investita di Fede e l’orca entusiasta di Esther. Infine rimaniamo per ore a guardare le stelle. Un cielo così non l’abbiamo mai visto prima in tutta la nostra vita…


Giorno 4

È il giorno in cui arriviamo a Los Angeles. Più che “la città degli angeli”, avrebbero dovuto chiamarla “la città delle case da sogno”. Mentre percorriamo in auto i boulevard alberati, ognuna di noi gioca a scegliere la propria villa, finché non arriviamo alla nostra. È immensa. Più che in metri quadri, la sua superficie si dovrebbe calcolare in ettari. Ampie vetrate circondano tutta la casa, le stanze sono enormi e in giardino fanno capolino una jacuzzi e una casa sull’albero con tanto di bagno e camera da letto. Vorremmo strappare i nostri passaporti e rimanere lì a vivere per sempre.

sandCome delle vere star, ci dirigiamo a Hollywood percorrendo il Sunset Boulevard, che ci conduce alla celeberrima Walk of Fame. Qui hanno lasciato il segno stelle del calibro di Marilyn Monroe, Charlie Chaplin, David Bowie, Quentin Tarantino e persino Topolino. Ci sono anche delle celebrità nostrane; per citarne alcune: Sophia Loren, Rodolfo Valentino, Anna Magnani, Bertolucci, Bocelli e Morricone. Per noi è come una caccia al tesoro: ognuna ha la sua stella da cercare, da Sandra Bullock a Michael Jackson, e quando la troviamo siamo felici come delle Pasque.

susA pranzo mangiamo in un ristorante giapponese che deve averci scambiate per dei criceti, perché le porzioni sono davvero infinitesimali. I prezzi in compenso sono belli consistenti. Così, sazie come Galeazzi dopo un’insalata, entriamo a comprare mutande da Victoria’s Secret. Le commesse insistono per prenderci le misure di seno, vita e fianchi e ce le scrivono su un bigliettino profumato. Solo a Hollywood succedono queste cose.

La sera torniamo nella nostra mega villa e ci rilassiamo con un lungo bagno nella jacuzzi, dalla quale usciamo solo una volta che le dita hanno assunto le rughe da novantacinquenni. Poi, Silvi e Fra hanno la geniale idea di andare a dormire nella casetta sull’albero. Si armano di torce per vedere e di coltelli per difendersi da eventuali assassini nascosti tra le fronde.
colPeccato che uno di questi coltelli cade, di punta, sul piede di Fra, procurandole un buco nell’alluce. Questo piccolo incidente non fa desistere le due eroine, che si arrampicano quindi sulla casetta. Un altro ostacolo, tuttavia, è pronto a infrangere il loro sogno d’infanzia: un ragno. “Grosso, nero, peloso e con le fauci aperte”, secondo i racconti della visionaria Fra. Silvi prova a ucciderlo con una rosa (sì, con una rosa) e all’improvviso lui scompare. Inutile dire che da quella casetta scompaiono anche loro. All’istante. Per sempre. E fu così che dormirono tutte nei comodi letti.


Giorno 5

Se cercate su Google “Santa Monica” vi escono due risultati principali. Una è la madre di Agostino d’Ippona, ma a noi non interessa. L’altra è la famosa baia californiana, ed è proprio lì che siamo dirette. A Santa Monica c’è tutto: un parco divertimenti per grandi e bambini, palestre attrezzatissime sulla sabbia, pescatori con vecchie e nuove storie da raccontare, maggiordomi che fanno servizio in spiaggia, torrette in stile Baywatch, corsi di surf, un acquario con tantissime specie di pesci, dei tour storici gratuiti e un pontile pieno di negozietti e ristoranti.

mooEd è proprio su questo pontile che incontriamo i personaggi più bizzarri: il cane di Briatore (abbiamo voluto battezzarlo così), con gli occhiali da sole e tanti dollari che gli escono dal collare, e una vecchina in minigonna che balla danze satanic… ehm, irlandesi. Se fate un mix tra Anna Oxa ai tempi di Senza pietà e Ozzy Osbourne, vi uscirà questa “tenera” signora, mancata star di Broadway.

mmIn sala giochi facciamo una partita a calcetto: Fra e Sabri vs Esther e Fede, finita 6 a 0. Sabri riesce anche a battere il record giornaliero dei tiri a canestro, tanto che un nero muscoloso e alto due metri si complimenta con lei dandole della “basketball star”. La nostra Kobe Bryant, insieme a Giuli, prova anche il simulatore di uragano: si sono introdotte in una cabina di 1×1 metri, dalla quale ha iniziato a uscire una quantità spropositata di aria, affaticando il respiro e scompigliando i capelli.

moooPassiamo tutto il pomeriggio in spiaggia a giocare tra le onde, sfidarci a racchettoni, scappare dai granchi (Fra) e flirtare con il bagnino (Silvi). Torniamo a casa più o meno abbrustolite e decidiamo di passare una serata alternativa, così andiamo in un locale gay di Los Angeles. Inutile dire che Esther non fa in tempo a varcare la porta che subito un gruppo di lesbiche inizia a elogiarla senza alcun pudore. Le fanno talmente tanti complimenti che addirittura si scusano per tutti i complimenti che le fanno. Lei fugge a testa bassa e si rifugia in un mojito. La musica è alta e ci sono cubiste e cubisti per tutti i gusti, anche se Fra sembra più interessata alla sua ciotolina di arachidi.


Giorno 6

Siamo ormai agli sgoccioli del coast to coast. Dopo tutto questo tempo passato assieme decidiamo di dividerci per un giorno. Esther, Ali e Sabri optano per il Museo dei Grammy; le mani bucate Silvi e Ale preferiscono andare a spendere tutti i dollari rimasti in shopping sfrenato in Via Rodeo; mentre Fra, Giuli e Fede non stanno più nella pelle e vanno agli Universal Studios.

In questo parco tematico è possibile rivivere tutta la magia di Hollywood. Gli spettacoli sono infiniti, le giostre sono stellari e il tour attraverso i set cinematografici è un’esperienza tutta da vivere. Qui è possibile imbattersi in King Kong che sfascia una carrozza, essere inseguiti dall’assassino di Psycho, attraversare il quartiere di Desperate Housewives o fotografare la torre dell’orologio di Ritorno al Futuro. Le attrazioni non lasciano davvero spazio all’immaginazione, ma noi un po’ di questo spazio vogliamo lasciarvelo…

Abbiamo provato a raccontare in poche pagine il nostro viaggio in America, ma è impossibile riportare tutte le avventure vissute e le emozioni provate. È come se il coast to coast fosse un barattolo di Nutella da 5 kg e noi ve ne avessimo fatto assaggiare solo un cucchiaino. Vorremmo concludere con una citazione di Mark Twain che racchiude perfettamente l’essenza di questo viaggio, dei viaggi in generale:

Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did so. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.

twain
Explore. Dream. Discover.

 

 

 

viaggi

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