What happens in Vegas stays in Vegas

…tranne se si ha un blog.

In mezzo al deserto del Nevada, sorge come un’oasi un paese dei balocchi. È Las Vegas, la città che non dorme mai. Un po’ come noi, che tra jet lag e sveglie all’alba abbiamo sfasato il nostro orologio biologico. In questo enorme parco giochi per adulti, le principali attrazioni sono gli hotel, con i loro casinò, ristoranti e negozi per tutti i gusti. Ci guardiamo attorno meravigliate da questo spettacolo di luci e modernità.


Noi alloggiamo al Marriott’s Grand Chateau, uno degli alberghi più sobri di Las Vegas. Entriamo in camera e, più che una camera, sembra una reggia imperiale: due camere da letto, una con vasca idromassaggio, due bagni, una cucina che sembrano dieci, un salone immenso e altri spazi adibiti al relax. Per arrivare da una parte all’altra della stanza, avremmo potuto usare una bicicletta.

Come prima cosa ci mettiamo il costume, infiliamo le nostre ciabattine di stoffa col logo dell’hotel e andiamo a tuffarci nella piscina sul tetto. Ali non fa in tempo ad entrare in acqua che tre americani la circuiscono e attaccano bottone. Poi, una timida Silvi si avvicina al gruppo di testosteroni sfoggiando anche lei un perfetto inglese. Ogni tanto vengono interpellate anche Fra e Esther, che rispondono solo “yes” e “no” e annuiscono ritmicamente, a caso.

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Nel pomeriggio comincia l’esplorazione di Las Vegas. Ovviamente ci fermiamo subito alle slot per tentare il colpaccio. Siamo tutte emozionate, tutte tranne Silvi. Perdiamo tutte, tutte tranne Silvi, che dopo avere inserito un dollaro, pure controvoglia, senza neanche sapere come funzionino le macchinette, ne vince quaranta. Per non smentire la sua fama da mani bucate, li spende subito tutti offrendoci da bere al Luxor Hotel.

Gli hotel sono uno più bello dell’altro e ognuno di essi è caratterizzato da un tema portante. I protagonisti dell’Excalibur sono Re Artù, Camelot e il mondo fantasy medievale. Anche i ristoranti dell’albergo richiamano il tema: la Foresta di Sherwood, il Buffet della Tavola Rotonda, ecc. Il New York-New York ricrea l’omonima metropoli: possiamo ammirare l’Empire State Building, il Chrysler e altri famosi grattacieli. Lungo le pareti c’è un ottovolante che percorre tutto il perimetro dell’albergo: spettacolare!

Il Paris si ispira chiaramente alla capitale francese e da lontano si possono vedere le repliche della Tour Eiffel, alta la metà dell’originale, l’Arc du Triomphe, l’Opéra e il Louvre. Un altro hotel molto bello è il Venetian, che ricrea il fascino senza tempo della splendida Venezia. È il più grande albergo a 5 stelle degli Stati Uniti e al suo interno si trovano il campanile di San Marco e il ponte di Rialto. Ovviamente non può mancare un canale percorso dalle gondole, con gondolieri americani che cantano melodie italiane.

Inutile star qui a descriverli tutti, anche perché è bello l’effetto sorpresa. Facciamo merenda con uno yogurt-gelato nel quale mettiamo di tutto e di più: lamponi, cereali, pezzi di cioccolato, noccioline, M&M’s, praline… Ci sbizzarriamo talmente tanto a premere i bottoni colorati che alla fine ci escono gelati da un chilo a testa.

celMa il pezzo forte arriva la sera. Torniamo in albergo per metterci vestiti e tacchi (tranne Fra che si è messa vestito e scarpe da ginnastica). Ci dirigiamo al Caesars Palace e per prima cosa ci godiamo i giochi d’acqua delle fontane del Bellagio, che danzano a ritmo sulle note di Michael Jackson. Poi entriamo, prendiamo posto e aspettiamo lei: Céline Dion. Il concerto è a dir poco incredibile. La sua voce raggiunge note e tonalità che non sono di questa Terra. Potrebbe anche cantare gli ingredienti dello yogurt che farebbe commuovere chiunque. Ali e Silvi, che sono sue grandi fan, sanno tutte le canzoni. Tutte. E Ali piange dall’inizio alla fine del concerto, senza però mai smettere di ballare. Inutile dire che su My Heart Will Go On, la pelle d’oca è venuta pure ai muri.

Andiamo a dormire felici, con la voce di un angelo nelle orecchie.


È mattina. Sono lontani i tempi in cui Céline Dion ci cantava I’m Alive. Ora infatti ci aspetta la Death Valley. Che nome rassicurante: VALLE DELLA MORTE. Le temperature possono superare i 40° e l’ombra non esiste. Leggiamo sulla guida che nel 1913 si sono toccati addirittura i 57 gradi! Leggiamo anche numerose precauzioni da adottare prima di addentrarsi in questo forno desertico. Una di queste è la quantità d’acqua: 4 litri a testa. Alcune di noi 4 litri li bevono in una settimana, ma ci siamo comunque equipaggiate.

Facciamo il nostro ingresso trionfale nella valle e iniziamo da subito a sudare e boccheggiare. Non è una leggenda: si muore davvero di caldo. La prima volta che abbiamo il coraggio di aprire la portiera della macchina e addentrarci nel deserto, questi sono i risultati: Esther è in reggiseno, Fede sente pulsare il cuore in testa, Ali è fucsia, Fra sente odore di peli bruciati e ha la parolaccia facile, Ale diventa rossa dopo 15 secondi. E poi c’è lei, l’intrepida Silvi alias Dora l’Esploratrice. L’unica che percorre i sentieri della morte senza battere ciglio, limitandosi a farsi una doccia con la bottiglia ogni due metri. Silenziosa. Stoica. Indefessa.

deathTornate alla macchina proviamo a cuocere un uovo sul cofano, ma abbiamo talmente caldo che ci arrendiamo prima che questo possa diventare un’omelette. Rientriamo in macchina e – sorpresa – scopriamo che la Death Valley ha mietuto le sue prime vittime: l’iPhone di Esther non dà segni di vita e i freni dell’auto non funzionano. O meglio, sono parecchio allentati. Non c’è nessuno attorno a noi e i telefoni non prendono, così non abbiamo alternative: dobbiamo metterci alla guida. Ironia della sorte, davanti a noi c’è una strada lunga un chilometro tutta in discesa, con una piccola salita solo alla fine della strada. Con il cuore a mille pigiamo leggermente l’acceleratore e facciamo tutta la strada in apnea. Ne usciamo vive e proseguiamo lentamente, frenando sempre 15 metri prima del dovuto, perché la macchina impiega un po’ di tempo prima di fermarsi.

Con molta calma e molta prudenza, arriviamo al nostro “resort”, che si rivela subito un motel a 5 stalle. Fede, che è nota per essere una maniaca delle pulizie, inizia a ispezionare i letti e questo è quello che trova: peli pubici, caccole di naso, capelli, tappo di Enterogermina. La cosa bella è che sul tavolo della camera c’è una busta con un bigliettino in cui si chiede di lasciare la mancia agli addetti alle pulizie. Fede non ci pensa due volte e, munita di carta igienica, mette nella busta il lurido bottino rinvenuto tra le lenzuola. Ci infiliamo nei letti con disgusto e dormiamo agitate, con la porta aperta perché la chiave non gira.


È venerdì 17. Tenete a mente questa data profetica.

yosemite.jpgLasciata alle spalle la nostra tanto amata Death Valley, partiamo alla volta dello Yosemite National Park. Esther è terrorizzata perché una leggenda (neanche tanto leggenda) narra che gli orsi di questo parco aprano gli sportelli delle auto distruggendole, e che potrebbero anche attaccare le persone. Inoltre sulla guida c’è scritto che, se veniamo attaccate da un puma, dobbiamo per prima cosa urlare e agitare le braccia, e successivamente combattere. Certo, lo faremo sicuramente.

Grazie a Dio non ci imbattiamo in nessun animale feroce. Il parco è famoso per le sue cascate vertiginose e le sue pareti di granito. Raggiungiamo anche Mariposa Grove, dove camminiamo tra le maestose sequoie giganti: la più vecchia ha addirittura 2’700 anni!

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A un certo punto arriviamo davanti al Mono Lake, un lago tanto bello quanto puzzolente. L’odore è quello delle cozze marce e a fare da padroni sono i gabbiani e degli insetti strani e brutti. Le rocce di tufo disegnano un paesaggio atipico e l’impressione è quella di trovarsi su Marte.

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Rientrate in macchina proseguiamo il nostro viaggio, o almeno ci proviamo, perché ad un tratto la benzina finisce. Ricordate il venerdì 17? Ebbene, eccolo qui a sbatterci in faccia le nostre sfighe. Accostiamo e scriviamo FUEL (benzina) su un foglio, quindi ci appostiamo sulla strada in cerca di aiuto. Le auto sfrecciano incuranti e derisorie, nonostante il nostro cofano sia aperto e le nostre facce disperate. Si ferma solo un pulmino con diverse scritte su Gesù e sulla religione cristiana. Il due tizi al suo interno si offrono di prelevare una di noi (una sola) e di portarla alla città più vicina. La cosa ci sembra abbastanza inquietante ma non sappiamo che altro fare. Mentre stiamo tirando a sorte per vedere chi sarà la povera malcapitata, si ferma anche un’altra macchina. Questa volta è un signore apparentemente normale e senza scritte che inneggiano a Gesù sulla portiera. Spieghiamo al buon uomo la situazione e lui, come per incanto, tira fuori un gallone di benzina dal cofano. È davvero gentilissimo e non accetta nemmeno i nostri 20 $ di riconoscenza. Tutto si risolve per il meglio e sulla strada ci imbattiamo anche in due orsi molto magri: si vede che quel giorno non avevano distrutto automobili né mangiato persone.

Sino a qui il coast to coast è stata un’esperienza indimenticabile, tra mille emozioni e mille imprevisti. I paesaggi sono tutti diversi e tutti meravigliosi: il grigio e le altezze vertiginose di New York; la megalomania e le luci di Las Vegas; la natura e i colori dei parchi e dei canyon. L’indomani saremmo partite alla volta di San Francisco. Nuove avventure e nuove compagne di viaggio ci stavano aspettando.

To be continued.

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