Sull’orlo del Grand Canyon

Siamo ancora a New York e siamo sedute sui gradini incrostati del nostro appartamento incrostato. Ci guardiamo attorno ed è pieno di sorcini. No, non quelli di Renato Zero, bensì una marea di topi di fogna che rosicchiano le buste della spazzatura e vagano indisturbati per le vie della città. In condizioni normali saremmo già salite in piedi sul tettuccio delle auto parcheggiate, ma abbiamo così tanto sonno che rimaniamo lì sedute, immobili, stando attente che i topi non scambino i nostri piedi per dei pezzi di Emmental.

Arriva il nostro taxi e i sorci si spostano come le acque di Mosè. Ora, Esther è nota per essere la ragazza più tollerante e improntata all’integrazione di questo mondo. Ma vorremmo riportare una parte del suo diario di viaggio che, a rileggerla, ci ha fatto ridere: “Siamo salite sul taxi e davanti era seduto un uomo nero e grosso e senza aria condizionata, che mi ha ordinato di occupare meno spazio. Aveva uno sguardo cattivo, anche se al buio ho visto solo le parti bianche degli occhi.” Ooooookay.

Giungiamo in aeroporto e ci dirigiamo subito all’imbarco, con largo anticipo. Larghe sono anche le narici di una signora davanti a noi che continua a pestarci i piedi con il suo trolley viola a pois. Il naso ha due fori talmente grandi che non possiamo che definirli “narici-adattatore”. Se vi state chiedendo il perché, ecco un’immagine esplicativa:

PicMonkey Collage
Il volo dura cinque ore. Uscite dall’aeroporto intravediamo Las Vegas, ma per il momento lasciamo luci e casinò da parte, perché la prima tappa della giornata è il Bryce Canyon. Ritiriamo quindi la nostra enorme macchina: una Chrysler Town & Country, così grande che potrebbe contenere tutti gli abitanti del Liechtenstein.

mach
A bordo della nostra mitica compagna di avventure, attraversiamo ben tre stati. Partiamo dal Nevada, passiamo per una piccola punta di Arizona, per poi arrivare nello Utah. Guardando fuori dal finestrino i paesaggi sono a dir poco incredibili. I colori cambiano in continuazione ed è un po’ come se Madre Natura si fosse divertita a giocare con un pantone.

brIl costo d’ingresso al Bryce Canyon varia a dipendenza se decidi di fartela in macchina (25 $ a vettura) oppure se preferisci girare a piedi, in bici o in motocicletta (12 $ a persona). Fra è felicissima di constatare che gli americani disincentivano con i loro prezzi il movimento fisico. Ci addentriamo nel canyon con l’automobile e ammiriamo estasiate l’infinita distesa di rocce rossastre e di alberi verde scuro intenso. Il Bryce è caratterizzato da guglie alte e sottili, chiamate hoodoos o camini delle fate. E infatti il panorama che ci godiamo dal belvedere Sunrise Point un po’ magico lo è.

Dopo la convivenza sul marciapiede con i topi, siamo diventate delle avventuriere sprezzanti del pericolo, così facciamo tante foto ovunque, anche sullo strapiombo del canyon. Jovanotti canta “La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare”, e quando guardiamo nell’abisso che sta sotto di noi proviamo esattamente questa sensazione. Tranquilli, non abbiamo manie suicide.

bryce

Si fa presto sera e usciamo dal Bryce per dirigerci al nostro hotel, il Best Western Ruby’s Inn. Più che un albergo sembra uno splendido chalet di montagna in legno. È attorniato da ristoranti, fast food e negozi, tutti a portata di piede. La hall è grandissima e gli interni caratteristici; ci sono corna di cervo appese alle pareti, un caldo caminetto e orsetti che circondano l’hotel. Abbiamo preso una camera da quattro anche se siamo in sei, tanto i letti sono giganti e potrebbero ospitare tutti gli abitanti della Repubblica di San Marino.

cami

La mattina seguente la sveglia suona alle 6.30, a parte per Silvi che non ha ancora digerito il fuso orario e si alza sempre alle 4 del mattino per farsi la doccia. Partiamo in direzione Antelope Canyon. Per chi, come Fra, pensa che si tratti di un canyon pieno di antilopi, spieghiamo che in realtà è un canyon la cui caratteristica sono i fasci di luce che raggiungono il suolo creando un effetto quasi mistico.

cheDurante il tragitto incontriamo diverse carcasse di cervi: una puzza da morire, tanto per rimanere in tema. Ci fermiamo lungo la strada per comprare le scorte che avrebbero funto da colazione, pranzo e cena. Dopo cinque giorni di hamburger e patatine fritte, Fra si è ripromessa di cominciare a mangiare sano. E infatti decide di comprare wurstel, patate annegate nella maionese, nella mostarda e nell’aglio, uno strano prosciutto affumicato e dei nachos con una salsa al formaggio che ha il colore della diarrea dei piccioni.

Arrivate all’Antelope Canyon notiamo un nuvolone nero sopra la zona. Ma proprio solo là sopra. Neanche Fantozzi è così sfigato, e siccome l’Antelope non regala grandi emozioni se il sole non c’è, decidiamo di proseguire il nostro viaggio. Raggiungiamo così l’Horseshoe Bend, scendiamo dalla macchina e… camminiamo sotto il sole cocente dell’Arizona. I nostri passi molli e lenti sprofondano nella sabbia, il sudore cola da ogni parte del corpo, Fra e Esther addirittura si tolgono la maglia e proseguono in reggiseno, così come qualche altra turista dal colore paonazzo; il pensiero “ma chi ce l’ha fatto fare” aleggia nell’aria. Poi però arriviamo lì, davanti a questo spettacolo mozzafiato che ci ripaga di tutta la fatica. Rimaniamo ad ammirarlo senza parole, oltre che senza fiato per la camminata.

horse

Torniamo in macchina sudate, distrutte e semi-ustionate, ma appagate dalla meraviglia appena vista. Partiamo quindi alla volta della Monument Valley, al confine tra Utah e Arizona. Anche qui le rocce disegnano l’intero paesaggio e ad un tratto, proprio come in un film, mentre sfrecciamo con la macchina dei cavalli selvaggi attraversano la strada proprio davanti a noi. È una scena incredibile che tutte noi ci portiamo ancora dentro.

bagnDopo questo incontro molto bello, ne facciamo un altro molto brutto. Abbiamo bevuto tanto a causa del caldo e l’emergenza pipì incombe. In lontananza scorgiamo una cabina solitaria, che stride con il paesaggio desertico della Monument Valley. È un bagno e corriamo felici verso la nostra oasi di salvezza. Ora… avete presente il film “Non aprite quella porta?”. Ebbene, avremmo fatto meglio a non aprirla. Non sappiamo come descrivere l’odore che ne è uscito; purtroppo (o per fortuna) non possiamo allegarvelo come si fa con una foto o un video. Sappiate solo che è un miracolo se oggi siamo qui vive a raccontarvelo. Esther è l’unica che è riuscita ad entrarvi. Ci ha spiegato che il buco era profondo una trentina di metri ed era buio. Da lì sarebbe potuta uscire qualunque cosa.

A parte questa cabina della morte, all’orizzonte non si vede nient’altro ed è una full immersion nella natura. Sulla guida leggiamo che non è raro incontrare un set cinematografico sulle strade sterrate lungo la valle, infatti il posto fa spesso da ambientazione per i film western. Noi non vediamo né cowboy né indiani, ma l’atmosfera è quella.

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Arriva sera e ci dirigiamo verso il nostro motel. L’indomani facciamo colazione dalle messicane più lente del sistema solare: un’ora per ordinare e un’ora prima di ricevere il cibo. Ovviamente a Fra e Silvi viene pure portata la colazione sbagliata. Riordiniamo quindi i nostri pancake con i mirtilli. Passa un’altra mezzora e arriva la solita messicana con i pancake… senza mirtilli. Ci guardiamo attorno ma non vediamo nessuna telecamera nascosta e constatiamo con stupore di non essere su Candid Camera.

Montiamo in macchina, in ritardo rispetto alla tabella di marcia, e partiamo per il Grand Canyon. Come in Italia si fanno le foto in cui si finge di reggere la Torre di Pisa, così noi facciamo le foto in cui fingiamo di cadere nel canyon. La foto di Esther esce realistica, mentre quella di Fra e Silvi è credibile come la parrucca di Sandro Mayer.

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Rimaniamo diverso tempo ad ammirare il paesaggio e mangiamo su un sasso che si affaccia nel vuoto. Sotto di noi ci sono quasi 1500 metri, ma fingiamo di non saperlo. Sempre sotto di noi ci sono degli uccelli, che è una cosa strana se si considera il fatto che normalmente sorvolano le nostre teste. Le attività possibili da praticare sono tantissime: si può scendere a piedi o sul dorso di un mulo; si può pernottare in un piccolo lodge per dormire circondati dalle rocce; si può anche sorvolare il canyon a bordo di un elicottero oppure fare rafting attraverso le rapide. Noi però ci accontentiamo di vedere solo alcuni punti di interesse e di goderci l’incredibile vista.

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Nel tardo pomeriggio ci ritiriamo nel nostro resort e, neanche il tempo di depositare i bagagli, corriamo a tuffarci in piscina. Dopo un lungo bagno e un idromassaggio bollente, andiamo a cena in un ristorante messicano dove ci portano dei piatti enormi. Fra prende un burrito buonissimo al pollo che sa di tonno… il che sembra inquietante, ma lei è felice così. Con la pancia piena andiamo a letto ed Esther è talmente stanca che alla domanda “Dove andiamo domani?” risponde “Al telefono.”

To be continued.

viaggi

7 Comments Lascia un commento

  1. Esattamente il viaggio che ho fatto io!!! L’ho scolpito nel cuore con i colori..i profumi. .gli odori…le emozioni…mi commuovo ripensandoci. ..e al grand canyon ho capito cos’è la libertà! !!♥

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  2. Perdonate tutti i mi piace viscini viscini. Avevo da recuperare una qualche lettura qua! Ora metto in stand by e continuo un’altra volta, mentre ora mi guardo un film con Jennifer Aniston così mi preparo a venirvi a trovare nella villa accanto alla sua vinta a Las Vegas nella prossima puntata (nella quale sono rimaste le altre tre perché voi continuate a viaggiare!). (Nella quale villa, non puntata…) Tirate su il morale con i vostri post. 🙂

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