New York, new sfighe

Dopo i sette nani e i sette peccati capitali, nella nostra mente sono bene impresse le sette ore di volo da Londra a New York. Sette ore passate a dormire, guardare film, mangiare il cibo di plastica che danno sull’aereo, fare cruciverba guardando le soluzioni e stare in apnea perché quella davanti a noi puzza di topo morto in fase di decomposizione.

Al momento dell’atterraggio siamo emozionatissime. Prima di uscire dall’aeroporto, però, ci aspetta un lungo iter di controlli. I tizi si accertano che non siamo terroriste, spacciatrici, killer, rapinatrici o trafficanti di organi, e poi ci lasciano andare.

Una volta fuori prendiamo un taxi. Anzi, IL taxi, perché i taxi nell’immaginario collettivo sono gialli, non bianchi come da noi. Guardiamo fuori dal finestrino per tutto il viaggio, finché non veniamo lasciate di fronte al nostro appartamento. Ci viene in mente solo una parola per descriverlo: agghiacciante.

Da fuori sembra piccolo e scrostato. Dentro invece è… piccolo e scrostato. È anche caldo, con i piumoni sul letto ad agosto, senza armadi e con la doccia che se potesse parlare direbbe “scabbia, scabbia, scabbia”.



Giorno 1

Inizia l’avventura. Sistemati i bagagli, ci dirigiamo verso il centro di New York. Nilla Pizzi cantava “lo sai che i papaveri sono alti alti alti”. Evidentemente non è mai stata in America. Il nostro naso è perennemente puntato all’insù e l’imponenza dei grattacieli ci lascia a bocca aperta. Come prima tappa decidiamo di visitare il Chrysler. Alto 319 metri, è stato il grattacielo più alto del mondo per addirittura… un anno o poco più. Mai una gioia.

Dopo aver quasi toccato le nuvole, ritorniamo con i piedi per terra ed entriamo nella Grand Central Terminal. Visto che ai newyorkesi piace fare le cose in piccolo, scopriamo che è la stazione più grande al mondo, con 44 banchine e 67 binari. Tipo che se sei al binario 1 e devi camminare fino al 67, fai prima ad arrivare a Chicago a piedi. Vediamo l’enorme bandiera statunitense, che è stata attaccata pochi giorni dopo gli attentati dell’11 settembre. Un altro simbolo della stazione è l’orologio a quattro facce in cima al banco informazioni. Ogni faccia è realizzata in opale e si stima che il suo valore sia compreso tra i 10 e i 20 milioni di dollari – sempre a proposito delle manie di piccolezza dei newyorkesi. Sarebbe stato bello rubare una di queste facce, mollare tutto e andare a vivere su un’isola dei Caraibi, ma in tasca purtroppo non ci stava.

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Camminiamo e camminiamo, finché non si avvicina l’ora del tramonto, che decidiamo di goderci dal GE Building, il cuore del Rockefeller Center. Il Top of the Rock, ovvero la cima del grattacielo, è aperta al pubblico e da lassù si gode di un panorama incredibile. Avremmo voluto rimanere là sopra per sempre, ma il nostro sogno ad occhi aperti viene interrotto dall’orario delle visite, che giunge al termine.

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Vista dritta dritta sull’Empire State Building.

Ci dirigiamo allora verso il paradiso delle luci: Times Square. È proprio come nei film, forse anche più bella. I cartelloni pubblicitari animati e digitali disegnano l’intero paesaggio e mentre cammini ti senti piccolissimo. Fra tutte queste scritte e questi edifici, uno ci salta subito all’occhio: l’M&M’s Store. Ci fiondiamo al suo interno e veniamo avvolte da un tripudio di gusti e di colori. Cioccolato al latte, cioccolato fondente, riso croccante, menta, arachidi, mandorle, arancia, bretzel, ciliegia, cannella, lampone, burro di arachidi e… cocco. Dentro a questi piccoli confetti si nasconde un grande mondo!

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Usciamo con i sacchetti pieni ma lo stomaco è vuoto, così decidiamo di cenare al Bubba Gump. La specialità del locale è il menu a base di pesce e frutti di mare. Ma ciò che rende questo posto veramente speciale è l’idea che ci sta dietro: il ristorante è infatti ispirato al film Forrest Gump. Sopra il tavolo c’è un cartello con una duplice scritta: quando non hai bisogno del cameriere, lasci il cartello girato su Run Forrest run; quando invece hai bisogno di qualcosa, lo giri e appare la scritta Stop Forrest stop. L’atmosfera è suggestiva e il cibo è davvero delizioso.

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Giorno 2

Sveglia alle 6.40, ma visto il fuso orario non la avvertiamo più di tanto. Siccome siamo persone di cultura e di grande spessore, la prima tappa del giorno è il negozio del Boss delle torte a Hoboken, nel New Jersey. Entriamo dentro e tutt’attorno a noi è un’esplosione di torte, biscotti, cannoli, cupcake e dolci di ogni tipo realizzati dalla pasticceria più famosa di Real Time. Da brave turiste trash facciamo la foto con il cartonato di Buddy:

Comprato qualche cupcake, camminiamo verso Little Italy. Inutile dire che i cartelli “Da Gianni”, “Zio Peppe” e “Pizza Mario” si sprecano. Andiamo poi a China Town e siamo divertite nello scoprire che Alice ha paura dei cinesi. Ma la scena più bella è stata quando la piccola, tenera, dolce e indifesa Silvi ha gentilmente chiesto un’informazione a una cinese vecchia (ESISTONO!!!) e quest’ultima l’ha guardata malissimo per poi andarsene scuotendo la testa indignata, quasi offesa.

Abbandonati i cinesi, ecco che ci dirigiamo verso Wall Street. Purtroppo non riusciamo a trovare un marito ricco che ci possa mantenere a vita, così proseguiamo il nostro cammino e arriviamo a Ground Zero. Rimaniamo qualche minuto in silenzio a guardare il luogo in cui qualche anno prima si ergevano le Torri Gemelle. Al loro posto adesso sorge il One World Trade Center. È alto 1776 piedi e questo numero non è casuale: è stato scelto perché rappresenta l’anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.

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D’obbligo è il giro sul battello per vedere la Statua della Libertà. Non stiamo a raccontare tutte le foto che ci siamo fatte con la mitica Lady Liberty: foto con la mano alzata a simboleggiare la torcia, foto in cui tentiamo di abbracciarla da lontano, foto in cui sembra che la tocchiamo, foto imbarazzanti insomma.

Giriamo per New York finché non ci fanno male i piedi, mangiamo un panino al volo e torniamo al nostro appartamento. Sarebbe bello dire che, una volta arrivate, ci siamo buttate sul divano e siamo andate in catalessi. E invece no. Noi non possiamo concludere una giornata senza incontrare almeno una sfiga. Così, appena entrate, ci accorgiamo che manca l’elettricità. Frigo spento, tv morta, acqua gelida, niente luce, niente Wi-Fi e impossibilità di caricare cellulari e macchine fotografiche. Sporche, sudate e incazzate arrabbiate, chiamiamo WILHEMINA (ovvero la proprietaria dell’appartamento da noi soprannominata Willy e Mina, Willy Wonka o anche Will & Grace, a seconda delle occasioni). Dopo una serie interminabile di “Oh my gosh”, “Wow”, “Well” e “That’s not good”, ci propone di mandarci in un hotel e di pagarci la stanza per la notte.

Mangiamo al buio, facciamo tutto al buio e ci rechiamo in strada – anch’essa ormai buia – per andare al Comfort Inn. Arriviamo nella reception dove troviamo un nero obeso con i piedi che hanno la circonferenza del tronco di una sequoia. Non parleremo della puzza che c’era in quell’atrio, ci limiteremo a dire che le nostre narici hanno rischiato di corrodersi. Scopriamo che la simpatica Wihlemina non solo non ci ha pagato la stanza, ma ce ne ha pure prenotata una da quattro, quando noi siamo in sei. Dormiamo tre in un letto e tre nell’altro… o almeno ci proviamo.


Giorno 3

Ci svegliamo come delle sardine ammaccate e ci facciamo una doccia… o almeno ci proviamo. Il doccino non funziona e ci dobbiamo lavare nei modi e nelle posizioni più improbabili: sdraiate nella vasca, in ginocchi, a pecora, col sedere sotto il rubinetto. Se ci avesse viste il Cirque du Soleil, ci avrebbe subito assunte come contorsioniste. E per fortuna che si chiama “Comfort” Inn. La colazione almeno è buona e proviamo anche a prepararci dei deliziosi waffle.

Mezz’ora ad aspettare un taxi per sei: continuavano a mandarcene uno per cinque persone. Arriviamo a casa e chiaramente l’elettricità ancora non funziona. Prendiamo gli asciugamani di Whilemina detta Willy Wonka e andiamo a prendere il sole al parco. Ma non un parco qualunque, bensì l’immenso e stupendo Central Park. Facciamo un giro lunghissimo e ci umiliamo cercando di riprodurre con i nostri corpi le lettere per formare la scritta “coast to coast”.

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Questa in teoria dovrebbe essere una C.

Poi ci spalmiamo sul prato all’ombra, mangiamo, diamo da mangiare agli scoiattoli e poi… ci addormentiamo tutte per un tempo indefinito. La nostra sveglia è stata la tosse continua, catarrosa e da vecchia tisica di Fede, che ha interrotto i piacevoli suoni della natura con i suoi sgradevoli rumori.

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Lasciatoci alle spalle Central Park, percorriamo la Fifth Avenue e torniamo a trovare la nostra amata Times Square. Poi, mentre le atlete Silvi e Ale decidono di proseguire la passeggiata al Ponte di Brooklyn, i piedi doloranti di Esther, Fra, Ali e Fede optano per tornare all’appartamento.

Ore 20.00: finalmente l’elettricità! Passiamo una piacevole serata tutte insieme mangiando un quintale di insalata di riso condita in modo strano. Tutt’ora non sappiamo cosa ci fosse dentro, ma il sapore era quello di un vecchio stivale di un vecchio pescatore. Chiacchieriamo a lungo prima di andare a dormire. L’indomani ci aspetta una nuova partenza alla volta di Las Vegas, dove contiamo di sbancare al casinò per poi comprarci una villa vicina a quella di Jennifer Aniston. Riusciranno le nostre eroine a diventare ricche?

To be continued.

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