“La solitudine” a San Siro

Un titolo che sembra quasi un ossimoro, perché con lo stadio pieno si avvertiva tutt’altro che solitudine. Settantamila persone che cantavano all’unisono Tra te e il mare, Strani amori, Resta in ascolto, Una storia che vale, Incancellabile

Puoi amarla o puoi odiarla, ma tutti conoscono almeno un ritornello della Pausini. Tutti sanno che Marco se n’è andato e non ritorna più. I mariti e i fidanzati rassegnati che hanno accompagnato la propria donna al concerto ne sono la dimostrazione: si vedeva che avrebbero preferito una cena a casa della suocera, ma quando arrivavano le canzoni fatidiche – TAC! – anche loro accennavano qualche strofa. Okay, lo facevano con la stessa gioia di un bradipo investito, ma poco importa, anche loro cantavano la Pausini.

picSiamo andate a San Siro in macchina e ci abbiamo lasciato venti euro di parcheggio. VENTI. A momenti il biglietto della Pau ci è venuto a costare di meno. La sicurezza fuori dallo stadio era impressionante. A terra c’erano una marea di ombrelli: non volevano che li portassimo dentro. Fra non si sognava neanche lontanamente di abbandonare lì il suo, così l’ha ficcato sotto la giacca e ha eluso tutti i controlli: dai tizi che aprono le borse alle donne che ti palpano per assicurarsi che tu non stia nascondendo qualcosa. Come un ombrello, appunto. E poi c’è la storia dei tappi delle bottigliette: neanche quelli si potevano portare dentro. “Perché no?” abbiamo chiesto noi. “Perché potreste tirarli addosso alla cantante.” Certo, dal terzo anello. Tra l’altro se proprio dovessimo tirare in testa qualcosa a qualcuno, il tappo della bottiglia è l’ultima cosa che ci verrebbe in mente.

La salita per raggiungere il terzo anello è degna del cammino di Santiago. Abbiamo camminato, e camminato, e camminato. Arrivate in cima, pensavamo di trovare San Pietro ad attenderci, ma nulla. C’era “solo” qualche migliaio di persone che avevano già preso posto. Ci siamo sedute anche noi e la prima cosa che abbiamo fatto è stata comprare un secchiello di Fonzies.

poppyCon la bocca piena e le dita al gusto di formaggio, guardavamo il parterre che si riempiva a vista d’occhio. Dall’alto della nostra posizione sembrava un formicaio pieno di formichine che si muovevano da una parte all’altra. Siccome la sicurezza ci aveva fatto buttare il bastone dei selfie appena comprato, ci siamo dovute arrangiare per scattare una foto e questo è stato il risultato (…)

sansyAllo scoccare delle 21.00 è partito un countdown da parte dei fans: 10… 9… 8… 7… 6… 5… 4… 3… 2… 1… E d’un tratto si sono spente le luci ed è partita la musica. Le urla che sono esplose all’uscita della Pausini non ve le stiamo neanche a raccontare. Tutto lo stadio cantava all’unisono un brano dopo l’altro, noi comprese. Durante Come se non fosse stato mai amore Esther ha iniziato a cantare così forte che abbiamo temuto le venisse un infarto.

Per rendere l’idea, concludiamo questo post con una testimonianza alquanto imbarazzante. Ecco a voi le ugole d’horror!

 

musica

5 Comments Lascia un commento

  1. Io ho visto soltanto 3 concerti in tutta la mia vita, tutti e 3 di Franco Battiato. Gli piace farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causa degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ora prima dell’ inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’ aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’ Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’ entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’ autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’apice. Cosa ne pensate della mia esperienza?

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