Madrid: dalle stalle alle stelle

Partiamo subito dalle stalle, ovvero dalla mandria di tori scalpitanti che hanno rovinato il nostro volo di andata da Milano a Madrid. Si tratta di una quarantina di baldi giovani in partenza per un addio al celibato. Li avevamo già notati al bar vicino al gate: stavano facendo colazione alle 6 di mattina, ma al posto di inzuppare i biscotti nel caffè si erano inzuppati loro nell’alcol. “Come minimo questi sono sul volo con noi”. “Ma va, andranno a Ibiza, mica vengono a Madrid”. E infatti ce li ritroviamo in aereo. Un grazie speciale alla gufata di Esther.

Sono tanti, tamarri, rumorosi. Hanno occhiali da sole colorati malgrado il sole non sia ancora spuntato. Alcuni vanno in coma etilico non appena poggiano la testa sul sedile. Altri si urlano da una parte all’altra dell’aereo. Le hostess si vogliono uccidere. Noi pure.

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Atterriamo dopo due ore e un quarto di volo e qualche turbolenza. La metro è troppo sbatti quindi prendiamo un taxi che ci porta dritte dritte all’hotel. E subito le stalle si trasformano in stelle. Cinque stelle, per la precisione. Alloggiamo infatti all’Eurostars Suites Mirasierra, per gli amici Sheraton. Uno spettacolo di albergo con l’ascensore di vetro con vista quando scendi e quando sali: sì, ci emozioniamo con poco. La camera è più che altro un appartamento; abbiamo preso una quadrupla anche se siamo in cinque, ma dettagli. Con noi ci sono anche due amiche, Giulia e Federica, e decidiamo che quella sera avremmo giocato a nascondino.

È una vita che sentiamo frasi come “Lo spagnolo uguale all’italiano”, “Tanto basta aggiungere una esse”. Sì, certo. Silvi se la cava alla grande, avendo vissuto tre mesi a Madrid. Esther ha fatto il voto del silenzio e manda avanti noi. Fra conosce solo le canzoni di Ricky Martin: prova a lanciarsi ma nessuno la capisce, a partire dal tassista.

“Calle Alfonso Marquerie 43.”
“Treinta y tres?”
“No, cuarenta y tres.”
“Sí, treinta y tres.”

E niente, ci ha lasciate al 33.

Non abbiamo mai preso così tanti taxi in vita nostra come in questo weekend. Il tassametro è una delle cose più ansiogene che esistano e in Spagna aumenta a una velocità assurda: tac-tac-tac-tac. Per le coronarie sarebbe meglio se lo coprissero.

Prendiamo un taxi anche per andare a mangiare. Ci avevano parlato di questo posto bellissimo, Ojalà, dove tra i vari piatti vengono serviti anche degli hamburger molto buoni. Ma la particolarità del locale è un’altra: scendendo le scale e raggiungendo il piano di sotto, al posto del pavimento c’è una distesa di sabbia. Un vero e proprio chiringuito sotterraneo nel cuore di Madrid. Spettacolo!

Purtroppo, però, il ristorante è davvero pieno quando arriviamo noi. Sappiamo bene che l’attesa sarebbe valsa la pena, ma uno stomaco brontolante non può aspettare, così proseguiamo ed entriamo in un altro ristorante a caso, pochi metri dopo.

12994293_10154101749842298_2186656444596000369_nMangiamo principalmente piatti tipici: la tortilla, che vostra nonna chiamerebbe “frittata con cipolle”, le patatas bravas, condite con una salsa piccante deliziosa, e la classica paella, che probabilmente era stata scongelata qualche minuto prima, dato che le cozze sapevano di nutria bagnata. Ma Fra aggiunge un’ulteriore portata a questo già ricco menu: la salsa aioli, che per chi non lo sapesse è un concentrato mortale di aglio, olio, aglio, limone e ancora aglio. Se ne ingurgita un’intera ciotolina: col pane, con le patate, a cucchiaiate, manco fosse Nutella. E da quel momento in poi la sua bocca diventa un’arma di distruzione di massa. Non c’è neanche bisogno che parli, basta che formuli un pensiero nella sua mente e la gente cade a terra esanime. “Cazzo mene” è stato il suo commento a caldo.

Dopo questo pranzo coniamo un nuovo detto: “antes se come, después se va en coma”. Siamo piene come dei treni merci, ma questo non ci impedisce di proseguire il nostro tour per la città. Con tutto il rispetto, dobbiamo dissentire da Hemingway, che non credeva che Madrid potesse piacere a prima vista. Noi non abbiamo girato tanto, ma quel poco è bastato per farcene innamorare. Dalla Porta del Sol a Palazzo Reale, dalla Cattedrale dell’Almudena a Plaza Mayor, dal Parco del Buen Ritiro a… Starbucks. Ebbene sì, siamo anche noi delle turistone imbarazzanti che vogliono per forza farsi scrivere il nome sbagliato sul bicchiere.

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Il sole splende e riscalda, mentre il cielo azzurrissimo con qualche nuvola bianchissima ricorda quello dei Simpson. Tra colori, graffiti, negozi, monumenti, bolle di sapone e artisti di strada, percorriamo le vie di Madrid con tanta ammirazione, ma con il calar della sera la digestione pesante e tardiva inizia a farsi sentire e torniamo in hotel non prima di aver chiamato un altro simpatico ed economico taxi. E niente, letargo fu.

Ci svegliamo dopo quelli che sono sembrati tre giorni. Se dovessimo paragonarci a un mammifero, sarebbe sicuramente il ghiro, soprattutto quella sera, dopo aver dormito due ore la notte precedente. Qualcuna decide di andare in palestra, altre non se lo sognano nemmeno. Esther, non abituata agli sfarzi del lusso, non riesce né ad accendere la doccia, né a cambiare la temperatura, né a spegnerla una volta accesa. Dall’altro lato dell’appartamento sentiamo un continuo: “Brucia!”, “È gelida!”, “Ahia!”, “Come si spegne?”, “Sto allagando tutto!”.

Giochiamo anche a nascondino e dopo aver fatto casino in camera decidiamo di andare a disturbare i ricchi nella hall. Ordiniamo qualcosa da bere ma era meglio di no, perché le risate si fanno sempre più rumorose e i ricchi sempre più inquieti. A un certo punto Esther si addormenta sulla poltrona senza dire niente, così decidiamo di nasconderci dietro una pianta e aspettare che si svegli sola e smarrita. Cosa che accade realmente. I discorsi spaziano dai Pooh, ribattezzati Phoo, a Maria de Filippi.

E dopo questo bagno di cultura andiamo in camera a ordinare del buon cibo sano: panini con una cascata di patatine fritte sopra. Mangiamo anche le caramelle che ci siamo portate via dal bar, dopo averle messe nella bustina delle sigarette. Che classe. Queste caramelle, sulla bocca di Giuli che è toscana, diventano haramelle. La sua pronuncia è così divertente che Fra crea un testo ad hoc da farle ripetere:

Cara Carla, cosa cavolo caghi con le chiappe calde? La Coca-Cola con la cannuccia è caduta. Canta che così capisco cosa chiede Camilla.

E con questa, ce ne andiamo a dormire sotto le hoperte.

viaggi

8 Comments Lascia un commento

  1. Che avventure! 😉 Complimenti per l’articolo mi avete fatto sorridere… un viaggio è ovviamente anche questo: avventure e imprevisti. Spesso sono proprio questi a renderlo memorabile! È bello scrivere anche quello che è andato storto..Comunque a parte tutto, belll’articolo, mi annoto la dritta per l’ottimo ristorante !;-)

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  2. Sto ridendo da sola, seduta sul divano davanti al computer: il gatto, già un po’ spaventato per il temporale, è scappato via di corsa.
    Madrid ha un effetto strano sulle persone: alcuni miei amici ci sono stati di recente per una vacanza alcolica (ma vi giuro che non erano i tamarri che avete incontrato all’aeroporto) alla fine della quale uno di loro si è convinto di essere stato drogato da due ragazze ucraine che poi lo avevano portato al bancomat per ripulirgli il conto in banca 🙂

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